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Una volta Dio era femmina

9788855354004

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Libro di Costanza Bondi e Terenzio Del Grosso

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Narrando della Grande Dea Madre si è inteso rivitalizzare la coscienza contemporanea sull'inscindibile legame umano con l'òikos primario, ovvero con la nostra prima casa, cioè la Natura di cui la donna è custode e prima garante. Proprio in tale promessa, s'innesta l'arcaico culto della Grande Dea di cui ogni donna conserva la memoria atavica, foriera di una società non più basata sulla competizione e sulla prevaricazione di genere, ma sulla concordia degli opposti, pur nel rispetto della loro diversità costitutiva. Ne deriva l'analisi di un modello ancestrale su base universale, culturale e cultuale nonché iconografico (spirale, chevron, uovo, svastica, clessidra, elibelinde, trapezio…) che ha dato vita a un impianto celebrativo che si è protratto nel tempo e di cui ancora ci è dato goderne l'eredità simbolica. Eredità, tanto più avvalorata dal portato storico e archeologico, che ci conferma come le prime rappresentazioni divine create dall'umanità in tutto il globo terrestre avessero sembianze esclusivamente femminili: la donna che incarna la forza creativa universale tramite il proprio potere procreativo, nutritivo e protettivo.

Recensioni

Valutazione 
16/01/2022

Una volta DIO era FEMMINA

Leggendo questo libro sono tornata ai miei primi amori di lettura: la saggistica e la storia.
È vero che forse bisogna avere interesse per determinati argomenti, per leggere libri così, ma gli autori sono stati assolutamente esaustivi pur mantenendo un linguaggio semplice ed accessibile. È stato come riprendere a studiare. Ha spolverato conoscenze più o meno dimenticate, aggiunto informazioni interessanti, stimolato la curiosità del sapere e dell'approfondire.
Niente toglie alle varie religioni o fedi personali. Non "pesta i piedi " a nessuno, se mi passate il termine. Anzi saggiamente incoraggia a vedere oltre.

Valutazione 
29/11/2021

Una volta Dio era femmina

Oggi le donne vengono picchiate, violentate, perseguitate e uccise dagli uomini. Ma in un altro tempo aurorale, ancestrale, preistorico, prima del patriarcato, che molti danni ha fatto e continua a fare, vigeva la gilania, una organizzazione sociale esistita in Europa tra il 7000 e il 3.500 a.C. caratterizzata dall’eguaglianza tra i sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata. E c’era il culto della Dea Madre Mediterranea. Il termine ‘gilania’ è un neologismo, coniato dalla sociologa Riane Eisler (dal greco gunè-ginè, donna, e anèr andros, uomo, una sorta di uomo-donna). La Eisler, però, trae questo concetto dalla grande Marija Gimbutas, archeologa, storica e linguista lituana e studiosa della civiltà della Dea Madre. Affascinante, vero?
Di tutto questo, e di molto altro, parlano gli autori. Costanza Bondi, storica, ricercatrice, poetessa, scrittrice, saggista, divulgatrice indefessa e ricercatrice libera e indipendente, molto particolare, studiosa dei simboli sacri universali, archetipi e archeologia dei segni, creatrice del marchio del gruppo letterario WOMEN e WORK, è una che si butta a capo fitto nella ricerca e nella scrittura e ha cuore pieno di passione per le discipline semiologiche e linguistiche. Ne parla appassionatamente e approfonditamente in questo bellissimo libro, scritto con Terenzio Del Grosso, studioso di Antropologia dell’Arte e di Archeotipologia, il cui apporto letterario, nella complementarietà cara agli autori, ci fa approdare a un libro che si legge tutto d’un fiato anche se in alcuni momenti ci si deve soffermare di più e riflettere più lentamente, vista la tematica complessa e profonda, piena di fonemi etimologici dal sanscrito, dal greco, dal latino ma anche dalle lingue nordiche e celtiche con incursioni nella slavistica. Chiaramente, siamo di fronte a due esperti per cui nulla appare noioso e trascurabile, come stupende per significato iconologico sono le foto che impreziosiscono il libro, quelle relative alle immagini della Grande Dea, quali quella partoriente, la seduta in trono, la dispensatrice di vita, la Dea Uccello, fino alla dea Artemide che tiene per il collo due volatili, la Grande dea con due rapaci. Non ultimo, il fatto che l’archeologa Gimbutas si faccia portavoce della teoria di Doroty Cameron, in cui afferma che il ‘bucranio’ ha assunto un ruolo preminente nel Neolitico proprio per la sua forte somiglianza con l’utero femminile e con le trombe di Falloppio. D’altronde – ribadiscono gli autori – “il libro non ha pretese di offrire teorie ma solo di suggerire interpretazioni di questo meraviglioso archetipo, della sua simbologia e dell’apporto del suo messaggio benefico, dispensatore della concezione misterica e sacrale basata sulla ‘concordia’ che ha accompagnato la nostra specie fin dagli albori: l’interdipendenza inscindibile tra umanità e natura che vede la donna creatrice assoluta poiché generatrice essenzialmente in potenza, anche se non necessariamente in concreto”.
Si apre con “Veneri, Donne e Dee”, si procede con altri capitoli scorrevolissimi e ben scritti, in cui si analizzano e, direi, si raccontano, il linguaggio simbolico della Dea Madre e il suo culto pacifico, il parto come rito, il Grande Cerchio e la simbolica Molteplicità della Grande Madre, l’Acqua, il seno, l’utero, come universali archetipi nella contemporaneità del divenire, e bellissimo il capitolo che si riferisce al valore simbolico del filo nella tessitura e nel tappeto, arte, ‘tecnè’, abilità archetipale del Femminino. Vorrei parlar di tante cose ma mi ravvedo, in una recensione non posso raccontare il libro intero, anche se la voglia sarebbe tanta; vorrei riportare l’Inno a Iside, i mille nomi della Madre divina, l’Inno Orfico a Diana, quello dei nativi americani alla Madre Terra, la Preghiera alla Vergine ‘Figlia del Suo Figlio’ di Bernardo di Chiaravalle nel ‘Paradiso’ dantesco, la poesia ‘Madre Natura’ della stessa Bondi, fino al contributo di Adriano Forgione, sugli ‘Ammoglifi’, la più antica forma d’arte simbolica associata alla Dea Madre.
Da ultimo, voglio soffermarmi sulla bella copertina in cui ‘troneggia’ l’Uovo: la grande catena dell’Essere, la creazione continua del mondo e del cosmo, che si svolge nel principio della reincarnazione e della rinascita, e in senso ampio, della Vita che sempre si rinnova è espresso tramite questo simbolo, che appare spesso negli uccelli portatori del principio cosmogonico. Colte e acute le citazioni di grandi studiosi, tra cui quel grande storico romeno delle religioni che si chiama Mircea Eliade, tanto caro anche alla ‘mia’ Yourcenar. Gli autori sanno quindi tessere intelligentemente questa tela fatta di percorsi primordiali e sapienziali, archetipali e sciamanici, storici, antropologici e antroposofici, una tela fatta di lune e cicli lunari, di corni e di corna, di rocce, di tori, di serpenti, di falci, di pane, di Feto Immortale, di rospo-rana, di mais, di luce, di pigna, di terzo occhio, di paleoveneri e di statue steatopigie, di obesità, corpo della donna come qualità fisica di sopravvivenza. E non la finirei più... Ma devo fermarmi: leggano le donne questo significativo e quasi ieratico libro, ma lo leggano gli uomini, i maschi, quelli che credono che il loro ‘patriarcalismo’ regni dalla notte dei tempi: No, una volta Dio era Femmina e i maschi la veneravano e ne apprezzavano la forza creativa universale perché il potere della Femmina (Donna) era ed è procreativo, nutritivo (‘Alma’, dal verbo latino ‘alo, alere’, nutrire, alimentare, ‘Alma Venus’, dice Lucrezio...) e protettivo.
“Gli uomini reggono il mondo. Le Madri reggono l’Eterno, che regge il mondo degli uomini”: ecco la meravigliosa frase di Christian Bobin, citata nell’epigrafe di questo appassionante, affascinante, utile e lucente libro.
Enzo Cordasco

Valutazione 
29/11/2021

Una volta Dio era femmina

Che lettura piacevole “Una volta Dio era femmina”: è stato come assaporare una bibita rinfrescante e al contempo nutriente con la sete che si rinnovava di capitolo in capitolo. Il coautore non me ne voglia ma, da donna a donna, le immagini che si sono armoniosamente affastellate nella mia mente hanno avuto la guida di Costanza. Il ricco dispiegamento di simboli, il riconducimento al “modello primordiale” e alla “identità collettiva” mi hanno fatto percepire ancora di più il valore non solo di ogni donna (per cui il concetto di “femmineo sacro” viene consacrato nel libro) ma di ogni uomo nel nome di una uguaglianza tra i due sessi e di una complementarietà necessaria, affinché ciascuno di noi possa realizzarsi in “uomo e donna nuovi”. Dagli archetipi universali ai manufatti e relative espressioni grafico-artistiche sino al finale e prezioso contributo poetico (conoscevo solo l’inno a Iside, oltre all’Ave Maria e al Canto del Paradiso) è stato come partecipare a un girotondo, come quelli che si facevano da bambini, in cui alla gioiosità del momento si univa il richiamo a un unico e comune sentire. Grazie, cara Costanza (mi scuso se La chiamo direttamente per nome, ma la sento come un’amica) per questo lodevole lavoro che ci richiama alla ricerca di una unitarietà e ci sprona a una connessione con tutti gli esseri e con il trascendente e che, probabilmente, è l’unico modo che può trasformarci nel senso di una “evoluzione umana positiva” e, soprattutto, ci sprona a metterci in condizione di salvarci. Grazie, grazie, grazie. Milva Nucciarelli

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